mi sono sfuggiti via, svaniti, in modo incomprensibile. ne usavo con generosità, senza badare a sprechi, senza centellinarli. mi piacevano. li trovavo e li riprovavo. creavano l'atmosfera che mi serviva, che mi sembrava... beh, avevano quel non so che, sapevano di perfezione. sono passati anni, decine di anni in cui ho perfezionato la mia triade, il susseguirsi degli aggettivi in crescendo o in calando, ma sempre in funzione dell'effetto da creare alla fine. ne ho fatto quasi una regola, mi sono spesso sperticato in articolazioni e fluenze, ho colorato e appesantito i periodi per caratterizzare, giudicare, evidenziare, per farmi personaggio all'interno dell'intreccio. ma sapevo fin dall'inizio che mi avrebbero tradito, che li avrei persi. come si perde qualcosa di cui si è abusato senza darsi limiti. e ora... li ho persi tutti. non mi vengono più. il significato è sfilato via. ogni essenza, ogni nouance si è dileguata. restano dei participi, gli avverbi, e una circonvoluzione della grammatica che si insinua zigzadango con un lieve eccesso di infiniti. e poco altro. un finale senza definizioni. frasi che non trovano il modo di determinare e di indicare. descrizioni prive di connotazioni. un distacco che non è da me. non mi riconosco più. non sono io. me. stesso. senza aggettivi non riesco a farmi narrazione. e ci dovrò fare l'abitudine. ma è anche una reazione, che capisco, alla corsa all'iperbole, alla retorica dell'affabulazione dei politici, giornalisti, cronisti, gente della tivù, che parla rapidamente, senza pensare, senza pesare. è questo abuso che mi ha soggiogato e ha inaridito la mia vena dedicata alla triade. la ripetizione che chiude in una forma a scalini. scrivere senza aggettivi ti dà la stessa sensazione di lasciare un panino a metà. senza finirlo. senti di aver qualcosa da concludere. e poi ti colpisce l'eco di una somiglianza, di una reminiscenza... sarà vero?
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