C'era una volta una favola che raccontava di quanto fosse bello viaggiare con la fantasia nei mondi incantati delle storie di fate e maghi e gnomi e immensi boschi pieni di alberi antropomorfi in cui un protagonista maschile rincorreva il sogno di una protagonista femminile bella e principesca, come lui, piena di sogni e di chimere, sempre come lui, rinchiusa nell'altissima torre di un castello appartenuto a una donna crudele, una strega cattiva, o addormentata a causa di un incantesimo, o mascherata da serva o comunque tenuta a distanza da un qualsiasi incontro incantato per la gelosia e il puro gusto della crudeltà di una vecchia, del fratello avido di un re morto da poco, di un cugino vicerè ingobbito e cieco, di una massa di servitori armati senza nerbo né voce in capitolo, e questo giovane aitante, luminoso e prestante, doveva superare delle prove, di solito tre, uccidere draghi, scalare montagne, liberare dalle catene un popolo tenuto prigioniero da gnomi demoniaci in un mondo sotterraneo di cave di diamanti o di argento, uccidere una fiera possente, come ercole, liberare da una roccia una spada, spostare un monte, prosciugare un mare, risolvere un arzigogolato e cervellotico enigma scritto di pugno da una vecchia megera che di lì a poco sarebbe morta davanti al fuoco che aveva sorvegliato una vita intera, una pizia complicata e capricciosa, alla Dürrenmatt; trasportare massi da un posto all'altro e ritorno per giorni e settimane, senza un'apparente logica se non dimostrare perseveranza e carattere, e l'amore che arde e alimenta il cuore e le braccia di ogni principe degno della sua amata.
C'era una volta una storia, che si raccontava prima di andare tra le braccia di Morfeo, prima di lasciarsi alle spalle il giorno passato e anche prima di abbandonarsi alle tenebre e ai sogni che invadono a loro piacimento il campo sgombro del riposo. C'era una volta un raccontatore. A cui nessuno aveva mai usato la gentilezza di accompagnare il passaggio con voce soffusa e profonda; e si era sempre tuffato nella notte solo come soltanto un eroe solitario può essere; come chiunque abbia una missione importante, un compito, una promessa da mantenere con nervi saldi e volto proteso verso l'avvenire; di quegli incarichi di cui si sente parlare solo nelle fiabe e che ai nostri giorni fanno tremare le braccia e sudare i palmi delle mani anche all'adolescente più spavaldo e disinvolto. C'era una volta un uomo solo, che rincorreva il suo sogno d'amore e a cui nessuno aveva mai raccontato il finale della sua novella, la fiaba di cui era stato deciso che fosse il protagonista, perché certi assegnamenti vengono dati in automatico, seguendo una stella, un segnale della natura, il volo di un calabrone, di una piuma d'oca, il cambio repentino del clima, il belare indistinto di un gregge di pecore che diventa lamento o quasi esultanza, lo scricchiolio di una roccia, il crepitare dei rami dell'olmo, l'albero delle esecuzioni capitali; c'era una volta un'illusione di eternità. C'era una volta la speranza di una levità. C'era, e c'è ancora, il crampo addominale nel sentir pronunciare un certo nome, nel vedere il suo lembo della veste, odorare un profumo che la ricorda e sorridere quasi soddisfatti al solo rivedersi insieme a lei, uniti per le mani, o per una sottile linea invisibile che riduce ogni distanza.
C'era una volta una storia, illuso, povero meschino, che raccontava di una meta irragiungibile se non da chi era pronto a sacrificare ogni cosa, possedimenti, ragione, vesti, amici, lavoro, casa, crediti e convinzioni, per spogliarsi di tutto e dimostrare la purezza intrinseca del proprio desiderio. C'era da scommettere che una volta avremmo anche incontrato, se ci fossimo addentrati in questo orizzonte, un tranello, un inghippo, un ladro di vestimenti, un piccolo scippatore notturno, un bimbo sornione e viziato, una pupetta stramba, mascolina, chiassosa, una leccornia per i pervertiti, una gioia mattutina, pronta a portarvi via anche i peli del pube se ne avesse potuto ricavare qualcosa in moneta o in natura per svoltare la giornata. C'era dietro l'angolo una svolta. Quell'unica volta in cui il nostro eroe si rese conto di aver sbagliato fiaba. Di aver sbagliato principessa. Di essersi proiettato nella mente, nella testa, nei suoi abbagli di eroe cieco e battagliero, una sequenza non veritiera ed essersi imbattuto in una donna come tante, fragile, mutevole, insicura, dubbiosa, nei sentimenti parsimoniosa se non riluttante, guardinga, forse troppo per essere la donna da cui farsi gettare nella mischia, nel fango per dimostrare la forza che alimenta la fornace della sua passione illimitata. Ci sarebbe da reclamare contro questo disguido. Questa deviazione dalla via, retta o tortuosa che fosse. Ci sarebbe da urlare al destino malvagio, ghignante, sarcastica imitazione di Madre Natura, la chioccia che tutto dà e niente pretende in cambio, generosa matrona che veglia sulla nostra schiusa. C'è da dire che una volta preso l'abbaglio e recuperata la vista, il nostro eroe più non è il determinato segugio della sua predestinata. Comincia a guardarsi attorno. Magari inizia a ragionare. Si pone delle domande. Mette in discussione il suo ruolo di primo attore. E potrebbe dimettersi, lasciare tutto e percorrere una strada più semplice. Senza satiri e saltimbanchi, nani e saltimbanchi, incantesimi e animali parlanti, trasformazioni o decadimenti. La via più umana. Più banale e scontata. Quella che tutti abbiamo davanti agli occhi. La via degli occhi che guardano e non più creano.
C'era una volta, una volta che segnò la svolta. E più non fu facile raccontare la fiaba che incornicia tutti gli amori del mondo in un unico quadro sublime e perfetto. Fu da allora che ogni amore iniziò a raccontarsi da sé. E ogni eroe era eroe soltanto per sé. Fu quello il momento in cui ogni amore, ogni fiaba divenne milioni, miliardi di storie d'amore e di fiabe, e le bocche che le raccontavano, ogni giorno raccontavano di un nuovo eroe e di una nuova eroina, di eroi ed eroine uniti e divisi, mescolati, raggirati, amati, traditi e felici , solo e soltanto per quello che la felicità era, finalmente o purtroppo, ormai diventata.

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