C'è un che di masochistico e di negazionistico in chi vorrebbe opporsi al normale fluire del corso della storia, con i suoi apprendimenti, le sue prove ed errori, i suoi cambiamenti, ripiegamenti, le sue strategie di sopravvivenza, quella selezione che è più una meritocrazia istintuale, l'evitamento delle ripetizioni, che si può vedere come progresso o come mania di cambiamento o solo ricerca degli effetti migliori; c'è qualcosa di insalubre nel voler rendere statico ciò che non può fermarsi, come gli squali per non soffocare, una ripulsa per la novità e un'accidia, pigra e apatica raffigurazione di un mondo che si vuole relegato alla ripetizione coatta. C'è un disegno mortifero in questo. E c'è la vergogna di chi vuole nascondere a se stesso la propria diversità e unicità di individuo. La conservazione è una lotta impari contro l'entropia e il decadimento di atti, oggetti, prassi, lingue, costumi, esseri viventi. Ha un limite temporale, ma nel breve attecchisce e fa molti danni.

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