sabato 17 marzo 2012

Pausa

è con sollievo e mestizia che raccolse le sue cose e le infilò in una borsa da tennis appartenuta a suo zio. un cimelio, di quando le racchette erano in legno e forse era arrivata la lega in carbonio. qualcuno azzardava a tirare le corde in budello animale fino a 30 o 31 chili, imitando un biondo scandinavo freddo e calcolatore, senza impeti fantasiosi, che per spirito di contraddizione, molto frequente in quei paesi dall'apparenza monolitica, sposò una cantante mediterranea dai modi bruschi, senza fronzoli, dagli acuti rochi e la fame di sesso insaziabile. l'aria era tiepida e tersa. chiuse la finestra d'istinto, anche se non avrebbe più abitato lì per un pezzo, forse per sempre; più probabilmente, finché la sorella non fosse morta senza un testamento a suo sfavore. ma la speranza si nutre di piccoli frammenti di realtà, sparsi qui e là, e da fantasie lasciate correre a briglie sciolte. l'amore fraterno non poteva reggere quella convivenza. Ho bisogno di una pausa. dei miei spazi. Ho bisogno di ritrovarmi. e anche di un'intimità e di una privacy, cazzo. Glielo disse di schiena, lavando i piatti a mano, in quell'appartamento mezzo vuoto, senza quasi tracce di tecnologia e di terzo millennio. un discorso che avrebbe meritato ben altre modalità. prendendo i suoi pochi stracci si rese conto di quanto si fosse ridotto all'osso il suo vestiario. di quanta poca attenzione avesse dedicato al suo aspetto esteriore, nonostante il lavoro che faceva. se lo faceva ancora. mentre svuotava i cassetti e l'armadio i capi andavano a gonfiare il bustone nero della spazzatura, più che la borsa, la quale, lo avrebbe notato successivamente, aveva ancora negli angoli interni e nelle tasche laterali qualche granello di terra rossa. piccoli retaggi di tornei open vinti in tutta Italia. suo zio non aveva mai partecipato. aveva solo vinto. sceglieva quei tornei nei quali era sicuro di vincere. così diceva. non si capì mai se per un eccesso di modestia o per calcolo. la fitta più acuta la sentì al momento di tirare giù le sue amate stampe di una città che non esisteva più, scattate da fotografi morti da almeno trent'anni. l'impronta lasciata da anni di deposito di pulviscono rendeva vividamente l'idea della sua temporaneità. puoi portarti via metà di tutti gli oggetti. quelli appartengono anche a te. lo aveva lasciato libero di scegliere. magnanima. lui aveva sperperatotutta l'eredità ed era anche stato sfortunato con quegli investimenti sicuri che avevano gettato nel fango e nel lastrico tante famiglie in buona fede, allettate da una rendita di cui non conoscevano la provenienza, se da derivati greci o da operazioni temerarie e ciniche nel terzo e quarto mondo. era stato il consiglio di un conoscente dal nome solido e integerrimo. di quelli che nessuno penserebbe possano fare gesti azzardati. persone che tutti seguono con fiducia, a occhi chiusi, convinti che ogni passo avrà sempre sotto un terreno solido a sorreggere il piede. la vita non ha tempo per spiegare a tutti gli illusi come fare ad aprire gli occhi prima di farsi del male. spesso preferisce le scorciatoie e una ironia un po' tagliente. prese gli occhiali. li inforcò e portò l'ultimo scatolone nell'ingresso. a momenti sarebbero arrivati i trasportatori. direzione easybox. si ripeteva che sarebbe stato temporaneo. ma il fatto che non avesse dove andare e che il lavoro ormai era quasi un lontano ricordo, tutto questo non tramava a suo favore. i pochi risparmi li aveva già ritirati. il conto in bianco estinto. la macchina venduta a un frascatano al mercato delle auto usate sulla via aurelia. una trattativa rapida e sfavorevole. cinque mila. no, troppo. gliene do al massimo tremilacinquecento. non aveva mai saputo opporsi alle persone sicure di sé. era facilmente influenzabile da quella decisione. tremila e cinque, ok. era tornato poi a casa a piedi con quei soldi sparsi in varie tasche. residuo di una oculatezza che presto l'avrebbe abbandonato del tutto. suonò il citofono. mancavano pochi minuti alla fine di una vita. la rottura definitva di un legame familiare. e si sorprese a pensare a quanti passi avrebbe ancora potuto fare con le sue diesel vecchie di dieci anni, prima che si aprissero a cercare miglior fortuna in un cassonetto differenziato. qualche milione. poi, cercò di programmare la sua giornata. box, bar, parco. è il luogo migliore dove finire, quando non si ha più niente da cercare. mescolati ai fissati con la linea e il dinamismo, i soli cronici con i loro animali a passeggio e mamme di ogni provenienza con figli al guinzaglio. la stranezza di certe contraddizioni. avrebbe controllato un'ultima volta la sparizione dai giornali degli annunci di offerte di lavoro. all'aperto, tra la gente. per avere dei testimoni. e avrebbe mangiato da Ridolini. un bistrot in stile francese del quale il proprietario gli aveva spiegato la scelta del nome, cosa che non ricordava più, e che aveva il merito di ospitare ogni settimana un resident chef giovane dal paese dei cosiddetti cugini transalpini. non sapeva se era pronto ad abbandonarsi alla corrente. come una medusa. ma l'arrivo di due energumeni bulgari con tanto di tatuaggio speculare sul braccio, lo portò dentro al vortice che di lì a poco lo avrebbe dissipato e fatto dimenticare. ciao, eh. vedrai che te la caverai. te la sei sempre cavata bene. buona fortuna. e altre facezie del genere. l'ultimo suono di una voce familiare diretto intenzionalmente a lui. si alzò dalla valigia in finta pelle e guidò i due barbari verso la nebbia. per la prima volta senza vincoli. senza orari. né timone. splash.

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