assorbo, succhio, indistintamente, mi sdilinquo per ogni nettare o siero che mi viene a tiro, che sale primigenio, dai vasi, da qualsiasi dotto ancora cavo e non più saldato dalla vecchiaia, dal disuso o semplicemente dalla calcificazione sedimentata, dai residui tossici che si insinuano in ogni pertugio. cannucce vuote. condotti privi di vita. io mi cibo di fluidi, di battiti cardiaci, di impulsi e getti improvvisi. mi adatto al ritmo che trovo. non chiedo molto, solo substantia. nutrimento. resto dove sto, occupando poco spazio. volendo, quasi nulla. mi faccio da parte. ma succhio, aspiro. sottraggo. e mi nego. non voglio farmi notare. vivo nell'ombra. negli angoli, negli interstizi. mi accomodo, resto acquattato, accoccolato. al limite, perdo anche l'uso dei miei arti, se mai ne ho avuti. aspetto il momento. l'arrivo di una nuova ondata, di una denza schiuma vitale, di un maroso di freschezza, un reflusso vitaminizzante. aspetto. quieto. tranquillo. confido nell'insensibilità del mio ospite. nella sua abitudine ad avere un inquilino. più inquilini. ognuno nel suo anfratto. nella sua galleria, resa inospitale dal disuso, dall'indifferenza. ne approfitto. mi accontento di un posto imprevisto in questo mondo protetto, quasi una sorpresa inaspettata di ricchezza. una fonte di ispirazione. vivo la vita d'altri. assorbo le loro vibrazioni e non chiedo molto di più. forse niente. forse anche questo per me è troppo. ecco perché mi basta. senza grossi patemi. con quella serenità priva di questioni, tipica di chi è come me. un animo semplice. la lenta stasi apparente che si chiama attesa. vivo come fossi sul fondale di un oceano. una distesa di nervi e condotti, muscoli e tendini, ossa e liquidi salubri.mi curo di non estrarre troppa linfa. mi preoccupo della salute del mio locatario. anche lui, lo sento dai fremiti e dalle variazioni minerali, capace di adattarsi. lo rispetto. e lo servo. non sono da buttar via. in fondo, siamo inscindibili. siamo necessari l'uno all'altro. e chi dice il contrario, non conosce bene la realtà. se mi lasciate mi pace non vi accorgerete di me. la vostra vita scorrerà via, liscia come l'olio, senza traumi, senza turbamenti. la mia esistenza è pura e regolare, un perfetto disegno naturale. e, alla lunga, so di diventare insostituibile. utile. quasi inevitabile. quelle piccole variazioni, gli aggiustamenti nel tempo, degli equilibri omeostatici, mi hanno reso più forte, hanno fatto di me un essere importante, mi hanno eletto a pilastro. sostegno. ormai, senza di me, il mio anfitrione non potrebbe sopravvivere. ci vuole così poco per cambiare prospettiva. e troppo tempo, per rimettere tutto in discussione... Sono necessario. fatale. connaturato. sono l'altra faccia di voi stessi. della vostra incuria che oggi si chiama dipendenza. sorridete. e restate in salute il più a lungo possibile.
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martedì 3 aprile 2012
martedì 13 marzo 2012
L'attesa
Si rannicchia sul sedile, quasi chiudendo gli occhi, e gli viene in mente quando lo faceva da piccolo per non sentire le urla di sua madre, di suo padre, i litigi sulla rampa delle scale, a mezzo piano dal loro appartamento, in quel rallentamento in cui la rabbia prolunga fino all'infinito gli ultimi gradini. La pioggia aumenta di intensità. Batte sul lunotto posteriore, che ha il suono di un Teponazli, e la situazione per una volta sembra quella giusta. Aspetta. L'acqua si trasforma in piccoli e aguzzi granuli di ghiaccio. Il tintinnio, il crepitio, la scarica evolvono. Il piccolo mezzo scomodo sembra sciabordare. Il ticchettio si sovrappone ai secondi che marciano a ranghi serrati. Affondano. L'uomo ha perso di vista il suo obiettivo, per un momento. Si affaccia, guarda intorno, si rende conto dello scorrere incessante dei minuti. Il soggetto ha lasciato casa madre. Si è dileguato sotto i suoi occhi disattenti. Laschi. Glielo avevano detto che solo in teoria ogni uomo può assumere diverse identità. Che la vendetta ha bisogno di professionisti. E di concentrazione. L'uomo scende dalla macchina. Mette a nudo il suo piano. Confessa. Si palesa; non ha più nulla da perdere. è a quel punto che una mano gli serra improvvisamente naso e bocca. La difficoltà a respirare non è niente di fronte all'acqua che cola cinica tra le fessure e gli scivola in gola e nella trachea. La tosse si impadronisce di lui e l'acuto prende forma in una stilettata dritta sul nervo sciatico. Il flash infuocato abbaglia la notte umida, acceca, assorda, avvampa. L'uomo si ritrova in ginocchio. Un torrente scorre lungo l'asfalto impermeabile degli anni '80. Carponi, l'uomo si avvia verso la portiera che si apre di botto, colpendolo più volte sulla tempia e facendolo rotolare nel mezzo di un gorgo. La fine è vicina. Imprevista, forse opposta al piano originario. Avesse ascoltato i consigli, ora avrebbe solo un torto da recriminare. Con certi ceffi, alzare le braccia, ingoiare è l'unica strategia. Facci caso, gli aveva detto suo fratello, se la prendono sempre con chi ha paura di perdere quel poco che possiede. I piccolo borghesi con sogni in miniatura. Loro no, hanno tutto e sembrano snobbarlo. Come se potessero farne a meno. Giocatori d'azzardo. Morti che camminano. Tump, tump. La dimostrazione di forza continua. Ora se la prendono con il suo ventre, l'addome, il mento, la faccia, la schiena, un piede che prende una piega anomala... L'uomo beve, assapora quel liquido terragno, minerale, come per trovare una sensazione alternativa, ritornare a una percezione reale. Il dolore è passato. Ha superato la soglia. Ora è entrato nel campo della sopravvivenza. Due sorsi. E un grande menhir chiude la notte con una rullata finale. L'uomo e il suo piano sgangherato scivolano via tra le onde di un breve temporale estivo.
lunedì 5 marzo 2012
Ho perso gli aggettivi
mi sono sfuggiti via, svaniti, in modo incomprensibile. ne usavo con generosità, senza badare a sprechi, senza centellinarli. mi piacevano. li trovavo e li riprovavo. creavano l'atmosfera che mi serviva, che mi sembrava... beh, avevano quel non so che, sapevano di perfezione. sono passati anni, decine di anni in cui ho perfezionato la mia triade, il susseguirsi degli aggettivi in crescendo o in calando, ma sempre in funzione dell'effetto da creare alla fine. ne ho fatto quasi una regola, mi sono spesso sperticato in articolazioni e fluenze, ho colorato e appesantito i periodi per caratterizzare, giudicare, evidenziare, per farmi personaggio all'interno dell'intreccio. ma sapevo fin dall'inizio che mi avrebbero tradito, che li avrei persi. come si perde qualcosa di cui si è abusato senza darsi limiti. e ora... li ho persi tutti. non mi vengono più. il significato è sfilato via. ogni essenza, ogni nouance si è dileguata. restano dei participi, gli avverbi, e una circonvoluzione della grammatica che si insinua zigzadango con un lieve eccesso di infiniti. e poco altro. un finale senza definizioni. frasi che non trovano il modo di determinare e di indicare. descrizioni prive di connotazioni. un distacco che non è da me. non mi riconosco più. non sono io. me. stesso. senza aggettivi non riesco a farmi narrazione. e ci dovrò fare l'abitudine. ma è anche una reazione, che capisco, alla corsa all'iperbole, alla retorica dell'affabulazione dei politici, giornalisti, cronisti, gente della tivù, che parla rapidamente, senza pensare, senza pesare. è questo abuso che mi ha soggiogato e ha inaridito la mia vena dedicata alla triade. la ripetizione che chiude in una forma a scalini. scrivere senza aggettivi ti dà la stessa sensazione di lasciare un panino a metà. senza finirlo. senti di aver qualcosa da concludere. e poi ti colpisce l'eco di una somiglianza, di una reminiscenza... sarà vero?
domenica 4 marzo 2012
Vindicta
L'aria si fa lieve, rarefatta, leggera, fredda di una lentezza irrigidita; l'uomo siede comodamente, allunga le gambe e si stira sbadigliando lievemente contratto, il respiro si ferma all'altezza dello sterno crea una bolla che si allarga verso il ventricolo destro; gli occhi mimano una ricerca affannosa. L'uomo non parla. Ai lati della bocca un increspatura, quasi a formare un sorriso che assomiglia a una consapevolezza. I secondi scorrono pachidermici. Battono rumorosi un tempo che non ha più motivo di esistere. I piedi dell'uomo cadono dal tavolino ricolmo di cartaccia. Annunci. Mappe. Numeri di telefono. Fotografie. Giornali. La ricerca non ha dato esito. Il futuro si riempie di ipotesi mai verificate. Si alza, ci prova; non gli basta, non è stanco di vivere. Vuole guardarlo in faccia, studiarlo, capirlo. E tornare al via. Sì, che può, farlo; arrivato a questo punto non c'è nulla che possa impedirglielo. Il confine tra esistere e scomparire è stato valicato. Non era nei suoi piani. Aveva fatto di tutto per restare nel suo bozzolo protettivo. Ma i piani sembrano fatti per essere traditi. Suo malgrado si ritrova in mezzo al guado e non può far altro che nuotare per arrivare alla riva opposta. L'hanno svegliato, l'hanno costretto a cambiare prospettive. E, adesso, è il momento di prendere un bel respiro e placare l'aritmia. Sarà il suo boia, colui che rende il servigio ultimo alla giustizia, a fargli capire cosa c'è dopo; cosa sarà questo dopo che non aveva previsto. E per far questo... lo aspetterà sotto casa.
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La nuova visione parallela
Parto con una nuova avventura. Dopo due piattaforme scomparse che hanno fagocitato i miei contenuti. Come quando l'hard disk del computer salta e si perdono tutte le cartelle e le email non salvate altrove.
Ti aspetto sotto casa è un esperimento narrativo. Una valvola di sfogo. Una pustola. Un fiore che vuole sbocciare a tutti i costi sul bordo di un'autostrada. Le forze istintive della conservazione e della sperimentazione che si alleano.
Tiaspettosottocasa è la voglia di giustizia. La ricerca di un equilibrio spesso difficile. La narrazione di una esperienza che non vuole farsi diario.
Come tutti gli esperimenti, procederà per prove ed errori. E ne farà il suo patrimonio genetico.
Si parte.
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